«Salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni». Gal 1,13-24. Paolo, in una esperienza mistica, parla con Gesù. Da Gesù stesso riceve una missione precisa: per questo Paolo è definito apostolo. Come i Dodici è testimone “oculare” della risurrezione di Cristo. In forza di questo suo incontro personale con Gesù, Paolo potrebbe vantare una sua autorevole credibilità a prescindere. Ma non fa così. Va da Pietro, il capo degli apostoli. Va per comunicargli la sua esperienza. Va a sincerarsi che il suo incontro con Gesù sia autentico. È Pietro che gli può confermare o meno la corrispondenza all’autentico Vangelo di Gesù. Che bella testimonianza di comunione e, insieme, di umiltà. Non sono i propri convincimenti che animano lo spirito missionario di Paolo ma l’uniformità della sua fede con la fede dei primi discepoli. Cosa ci insegna questa cosa? Ci insegna che nessuno, purchè illuminato, saggio, intelligente, teologicamente ineccepibile, può legittimamente annunciare una qualsiasi verità di fede se non è conforme al credere della Chiesa. Paolo antepone la fede della Chiesa alla sua personale visione. E lo dichiara palesemente nella Lettera ai Corinti: “Vi ho prima di tutto trasmesso ciò che ho anch’io ricevuto». Altro che parlare di fede paolina contrapposta a quella petrina… Buona giornata