«Chi non vuole lavorare, neppure mangi». 2Ts 3,6-10.16-18. È ancora vero questo criterio? Fin da piccolo, sono stato abituato a ragionare così: il cibo è un dono di Dio ma lo si deve procurare con il sudore della fronte. Quante volte, mia madre a tavola mi poneva questa domanda: “Te lo sei guadagnato quanto stai mangiando? Non si può magiare il pane a ufo!”. L’altro giorno una persona sui trent’anni mi ha chiesto un incontro: aveva bisogno di denaro. Ho ascoltato tutta la sua storia, poi, avendo colto alcuni elementi critici, essendo un uomo sano e robusto, l’ho invitato a strappare dell’erba intorno alla Chiesa: l’avrei ricompensato adeguatamente. Se ne è andato un po’ contrariato. È vero che il cibo è un diritto. Ma lavorare è un dovere. Non si possono scindere queste due dimensioni. Un tempo si lavorava per mangiare, oggi si lavora per guadagnare. È vero che uno dice: “guadagno per poi acquistarmi il cibo”, ma nella mentalità odierna il lavoro è stato scollegato dal mangiare. Io credo sia un grave errore. A nessuno deve mancare il cibo: ai bambini, a chi è impossibilito a lavorare per ragioni cliniche, a chi è vittima di un disastro. Ma, ugualmente, nessuno deve sottrarsi alla fatica del lavorare. Buona giornata