«Annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola». 1Cor 1,17-25. Ci sono persone che sanno parlare bene. Hanno un eloquio erudito che permette loro di argomentare in modo convincente. I loro ragionamenti affascinano, catturano l’attenzione e soddisfano l’intelligenza. Però non toccano il cuore. Procurano una sorta di adrenalina intellettuale ma lasciano intatta la prassi esistenziale. Sant’Agostino l’aveva capito. Nel suo cammino di ricerca della verità, inizialmente, si era lasciato abbacinare dalla retorica di sofisti particolarmente abili. Quando, però, incrociò la sapiente parola di sant’Ambrogio capì che la verità aveva tutt’altro sapore. Non si trattava più di una puro godimento intellettuale ma di una vero e proprio coinvolgimento di tutta la sua persona. La parola conta, ci mancherebbe, ma è la vita delle persone a suscitare autentiche dinamiche di conversione. Quante volte sento commentare le omelie dei preti valutandone il semplice spessore culturale. Certamente c’è la predica fatta bene e quella fatta male… ma alla fine, la questione seria non riguarda la bellezza estetica della predica ma la sua incidenza dentro la vita ordinaria. San Paolo dichiara di non aver ricercato argomentazione convincenti a favore del Vangelo per convincere qualcuno. Piuttosto, si è affidato alla debolezza della Croce: è nella debolezza che c’è la forza. Buona giornata