«Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i prigionieri stavano ad ascoltarli». At 16,22-34. Mi piace pensare alla preghiera come ad una relazione intima e personale con Dio. Però, è corretto riconoscerne anche il ruolo pubblico e sociale. Chi prega non deve certamente farlo per farsi vedere ma vedere qualcuno che prega fa bene. Paolo e Sila in prigione cantano a Dio. Non lo fanno per vanagloria. Lo fanno perchè vivono un rapporto ordinario con Dio. Chi è in cella con loro vede e sente la loro preghiera. Qualcuno ne rimane indifferente e qualcuno se ne lascia coinvolgere. Ci sono molte testimonianze di conversioni grazie alla preghiera discreta e rispettosa di uomini santi: penso a san Pietro, a san Massimiliano Kolbe, al card. Van Thuan, ai santi Luigi e Zelia Martin. La preghiera ha un grande potenziale di salvezza. Abbiamo sempre troppo pudore nel pregare. Ci vergogniamo a fare un segno di croce in pubblico. Ci sembra di urtare, o ancor peggio, di apparire bigotti. Se preghiamo anche in mezzo agli altri non per farci vedere ma semplicemente per vivere la nostra condizione credente, dobbiamo sapere, ha una forza spirituale che non possiamo nemmeno immaginare. Osiamo la preghiera in pubblico. Senza paura. Buona giornata