Già Benedetto XVI, più volte, denunciava il consolidarsi progressivo di una cultura relativista. Ci vedeva molto chiaro. Oggi non ci sono più certezze. Nelle scelte di vita, nell’identità di genere, nello studio, nel lavoro, nell’etica… tutto è relegato al sentire individuale. Non esistono punti di riferimento unanimemente riconosciuti. Ognuno ha i propri.
Il dubbio c’è sempre stato. La domanda sul senso ha accompagnato l’uomo in tutta la sua storia. Anche la domanda di Giovanni Battista sulla messianicità di Gesù fa parte di questa ricerca. Ma una risposta ci deve essere. Una piattaforma veritativa su cui muoversi è necessaria alla sensatezza del vivere.
Gesù si propone come la risposta. Non lo fa sulla scorta di ragionamenti o di pensieri filosofici ma offrendo una testimonianza a partire dai fatti. Gesù invita a guardare cosa compie, quali prodigi mette in atto a favore dei più poveri. I suoi discepoli non sono dei sapienti ma dei guariti. Sono poveri salvati.
Forse anche oggi siamo chiamati a dare questa stessa testimonianza a chi chiede ragione della fede che abbiamo. Non sono necessari discorsi colti ma racconti di vite redente. Possiamo raccontare gli interventi sananti di Gesù in noi? Da che cosa siamo stati guariti? Solo i fatti vincono il relativismo dilagante di cui siamo vittime…